CAPITOLO UNDICESIMO   
 

L’infanzia di Carmine Pesci fu un’infanzia tranquilla.
Era sempre attaccato alla gonna della madre perché la sua vicinanza lo faceva stare tranquillo.
Carmine aveva ereditato dal padre i capelli rossi, e come quelli del padre erano ricci e folti.
“Peldicarota” fu il nomignolo che gli affibbiarono gli altri bambini del quartiere, canzonandolo perché al contrario di altri della sua età, non era capace di difendersi dalle cattiverie che riceveva all’uscita da scuola.
Il padre per un po’ lasciò perdere perché erano cose da ragazzi che si sarebbero risolte da sole; ma poi visto che il figlio tornava spesso a casa con qualche occhio pesto, prese a dirgli che era il momento di difendersi e di non più subire passivamente.
“Ragazzo mio la vita è dura fin dall’inizio. Se non sai difenderti pecora sei e il lupo ti si mangia!”
“Ma papà sono in tanti a picchiarmi”
“Non importa. Tu ne prendi uno e lo fai nero di botte!
Vedrai che anche gli altri ti rispetteranno...”
“Ma come faccio?...”
“Ne prendi uno dal mucchio e lo riempi di cazzotti”
“Già tu fai presto a parlare così... tu mica ci sei...”
“Così mi dici? Domani allora ti vengo a prendere a scuola. Ma non mi laccio vedere. Mi nascondo. Tu quando ti circondano per picchiarti e prenderti in giro ti metti spalle al muro e al primo che ti capita a tiro gli dai un bel calcio alle palle!...
Nelle palle, sì hai capito bene!...Sai cosa sono le palle?” e con entrambe le mani si toccò le sue suscitando i rimproveri della moglie.
Il calcio glielo devi dare forte il tanto da lasciarlo senza fiato...e puma che si riprenda gli sferri due pugni così...prima di destro e poi di sinistro”
l’rima di destro e poi di sinistro “ripetè Carmine muovendo i pugni nell’aria.
“Ma devi stare attento che le tue spalle siano ben attaccate al muro per evitare che ti prendano da dietro. Hai capito bene?”
Carmine rispose che aveva capito bene, e per tutto il giorno si allenò: calcio nelle palle, cazzotto di destro, cazzotto di sinistro!
L’indomani arrivò presto e Carmine si sentiva così elettrizzato che neanche toccò la colazione che la madre gli aveva servito fumante nel piatto.
Alla fine della scuola il padre, come promesso, andò a prenderlo. Arrivò qualche minuto prima che suonasse la campanella e si piazzò dietro una fila di auto parcheggiate di fronte all’istituto in modo da non essere visto.
Il figlio fu uno dei primi ad uscire e correndo si piazzò spalle al muro così come gli era stato raccomandato, in attesa che il nemico da combattere si facesse vivo.
E l’avversario non tardò ad arrivare.
Ne contò cinque di avversari da abbattere.
“Peldicarota ha il culo sporco di merda perché quando ci vede se la fa sotto dalla paura!” iniziarono a gridargli in faccia.
Di questi cinque il più strafottente e prepotente era certamente il figlio del macellaio DiMaggio che il padre ben conosceva perché faceva parte di quelli che gli pagavano mensilmente il “pizzo”.
Quando il figlio del macellaio fece per dare uno schiaffo in faccia a Carmine, e per farlo si mosse in avanti, questi gli sferrò con il piede destro una pedata alle palle così forte che quello si sollevò da terra almeno dieci centimetri. E non era ancora ricaduto a terra che gli mollò prima un cazzotto con la destra e immediatamente dopo un altro cazzotto con la sinistra.
Carmelo - questo era il suo nome - abbattuto iniziò ad urlare di dolore tenendosi con entrambe le mani il basso ventre, mentre un rivolo di sangue prese ad uscirgli dal naso.
“Auha, auha che doloreee!"gridava attorcigliandosi su sé stesso. Carmine era rimasto fino ad allora in posizione di difesa ancora incredulo di avere abbattuto l’avversario più forte.
Poi, sollevando gli occhi e puntandoli verso gli altri quattro ragazzi, urlò: “E ne ho per tutti. Fatevi sotto!”
Ma non riuscì a finire la frase che i quattro se la diedero a gambe levate!



(continua)

vai alla pagina indice

 

 

Segnala questa pagina ad un amico




 

 

piazzascala.it - febbraio 2017