Iniziative sociali dopo l'Unità
 

Le persone meno abbienti, nei secoli scorsi, potevano contare sulla solidarietà parentale o dei vicini di casa che tuttavia poco riuscivano a fare trovandosi tutti nelle stesse condizioni, oppure in qualche aiuto sporadico dato dai lasciti testamentari o dalle persone benestanti che potevano lenire le situazioni più difficili e alleviare, almeno in occasione delle feste, la fatica della quotidianità con qualche regalia. Succedeva perciò che anche un ceppo per fare un bel fuoco nel camino, la notte di Natale, in modo da riscaldare i panni di Gesù Bambino, fosse un omaggio più che gradito.
Napoleone, che aveva abolito tanti istituti religiosi, per amministrare il denaro lasciato per scopi benefici, prima esclusivamente in mano dei religiosi, fondò il 21 dicembre 1807 la Congregazione di Carità che dal Governo austriaco venne sostituita il 17 luglio 1819 con i Pii Luoghi Elemosinieri.
Il Regno d’Italia però ripristinò la Congregazione di Carità il 20 novembre 1859, stabilendo alcune norme per l'amministrazione delle opere pie, così definendole: sono opere pie gli istituti di carità e beneficenza e qualsiasi ente morale avente in tutto o in parte per fine di soccorrere le classi meno agiate, tanto in stato di sanità che di malattia, di prestare loro assistenza, di educarle, istruirle ed avviarle a qualche professione, arte o mestiere.
La nuova istituzione superava il concetto di semplice assistenza individuale, dando una discreta autonomia ad ogni amministrazione, pur sempre controllata dalla Prefettura. Con la legge del 3 agosto 1862 lo Stato avrebbe avuto l’esercizio e il controllo diretto delle attività benefiche, una sorta di beneficenza legale.
Il 3 giugno 1937 le Congregazioni di Carità furono sostituite dall’Ente Comunale di Assistenza (ECA) che gestì la beneficenza in ogni comune italiano e di cui oggi molti si ricordano, soprattutto per il suo carattere ancora elemosiniero, quindi paternalistico e discrezionale come il precedente. Lo stato di diritto non si era ancora affermato.
Requisito fondamentale per godere di quegli interventi era la moralità della condotta, per cui farsi vedere all’osteria o in ozio, in giro per il paese,
poteva destare la riprovazione, anche pubblica, di coloro che amministravano i lasciti testamentari, rischiando l’esclusione dal beneficio. Da lì l’atteggiamento riservato e il muoversi guardingo di tanti che preferivano frequentare i licinsì (vendite occasionali di vino, con licenza temporanea segnalata da frasche appese fuori dalla porta), lontani dal centro del paese, e nascondere perfino il più piccolo acquisto per non essere giudicati troppo avventati nella difficoltosa gestione dell’economia familiare.
In una vita di sacrifici e di incertezze come quella era fondamentale confidare nella Provvidenza, accompagnando le azioni della giornata con atti di fede, di cui resta il ricordo e la testimonianza nelle santelle, un tempo numerose, al cospetto delle quali era d’obbligo, a fine lavoro, una sosta di riposo e di preghiera, dopo aver appoggiato vanghe e falci al muro ed essersi tolto il cappello. Le grandi ricorrenze erano poi vissute con particolare emozione, stimolando non solo il rinnovamento spirituale, ma anche il desiderio di un abbellimento esteriore, perciò si coglieva l’occasione della Pasqua per comprarsi qualcosa di nuovo: un vestito, un paio di scarpe o delle semplici ciabatte da sfoggiare rigorosamente in quel giorno. Sarebbero durati parecchi anni, usati con tutti i riguardi per poterli poi passare, ancora in buono stato, ai fratelli più giovani.
Appena una manciata di anni or sono poteva capitare addirittura che, nelle famiglie più povere, ed erano in maggioranza, i suoi componenti usassero a turno lo stesso paio di sàbre (ciabatte).........
 

.......I poveri erano la stragrande maggioranza rispetto ai pochi latifondisti, padroni non solo di grandi fondi terrieri ma anche agevolati da privilegi che permettevano il mantenimento della ricchezza e il suo fiorire.
Per i poveri, come si è già detto, non c’era un atteggiamento di giustizia sociale ma solo di beneficenza che si modificò lentamente con le società di mutuo soccorso e di cooperazione, a titolo volontario, prima che si imponesse finalmente l’idea di uno stato di diritto uguale per tutti con l’introduzione dell’assistenza sociale e della previdenza.
Le società di mutuo soccorso erano associazioni sorte a fine Settecento, ma sviluppatesi solo verso la metà dell’Ottocento quando la libertà di associazione fu garantita dai nuovi governi liberali e quando gli operai presero maggior coscienza dei loro diritti calpestati in condizioni di lavoro al limite dell’umano.
Erano nate per offrire aiuto e protezione reciproca tra operai in difficoltà che, in caso di malattie, infortuni o perdita del posto di lavoro, si ritrovavano in strada a chiedere l’elemosina.
Con una piccola quota i soci si garantivano un po’ di aiuto in situazioni di particolare gravità, cercando di affrancarsi dall’intervento paternalistico della carità a sostegno dell’idea di dignitosi diritti uguali per tutti.
In Italia, nella seconda metà dell’Ottocento, aumentarono notevolmente le società di mutuo soccorso che da 445 divennero circa 7000.
Nei ricordi della signora Lucia Maggi c’è una targa apposta ai locali della cantina in cui si faceva riferimento ad una società operaia, come pure nel necrologio di Giovanni Maria Trebeschi dell'aprile 1904, pubblicato sul quotidiano La Sentinella, si riferisce di una bandiera della società operaia portata al seguito del feretro, facendo pensare all’esistenza a Cellatica di una società di quel tipo.
Il papa Leone XIII (1810-1903), eletto nel 1878 e rimasto sul soglio pontificale fino alla morte, ebbe una parte importante nell’affermazione del concetto di giustizia sociale che comportava il superamento dello stato paternalistico, quando pubblicò l’enciclica Rerum Novarum nel 1891. Fu quello un momento storico caratterizzato da novità che avevano cambiato profondamente la società, sia per l’industrializzazione, che aveva portato un modo diverso di lavorare, da quello artigianale a quello in serie delle fabbriche, sia per la nascita di teorie politiche nuove, come il marxismo, che dava alle classi meno abbienti speranze in un futuro migliore.

Leone XIII, consapevole delle tristissime condizioni di lavoro delle masse operaie e contadine, soprattutto di donne e bambini, con la sua enciclica, rivoluzionaria per l’epoca, auspicò che i padroni si ponessero verso i dipendenti con rispetto per i loro diritti, predisponendo una giusta mercede per ripagarli del lavoro compiuto in modo onesto.

Il contadino Francesco Corti (1857-1943), padre di mons. Luigi rettore del seminario vescovile, eseguì a matita un ritratto di Leone XIII, di cui certamente aveva apprezzato l’enciclica. Lo conservò sempre in casa sua, al Fontanèl, e ora è rimasto, segnato dal tempo, ai pronipoti...........
 

Cesare Bertulli - Fiorenza Marchesani Tonoli

 

 

(continua)


 

 

 

 

 

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piazzascala.it -  luglio 2017